Poesia 2 punto 0: Parola ai poeti

Qual è lo “stato di salute” della poesia in Italia? E quello dei poeti?

Precario. Ma credo dipenda molto dalle diverse condizioni in cui la poesia può o non può esprimersi. Lo stato di salute della poesia italiana è minacciato e indebolto dal mercato: le librerie accettano malvolentieri libri di poesia, i lettori non li comprano perché tanto – dicono – la poesia oggi si legge sul web, e gli editori faticano, perché – dicono- non vende. In alcuni la buona volontà c’è, ma poi sono i poeti a dover scendere per le strade, nei locali, nelle piazze a portare la parola alle gente per fa sì che la gente si avvicini a questo genere letterario ormai così poco conforme alla società della fretta e dell’immagine. Io lo faccio da tempo, organizzando eventi di vario tipo non solo per me stessa, anzi, e posso affermare che il riscontro da parte del pubblico “dal vivo” è forte. Ma mi rendo anche conto che non tutti i poeti sono buoni lettori e interpreti…  D’altra parte, il lavoro del poeta è nel suo silenzio, nel suo spazio libero.

 

Quando hai pubblicato il tuo primo libro e come hai capito che era il momento giusto? Come hai scelto con chi pubblicare? Cosa ti aspettavi? Cosa ti ha entusiasmato e cosa ti ha deluso?

Avevo ripreso a vivere e a scrivere poesia dopo un lungo periodo di depressione, causato da un matrimonio fallito e da malanni fisici, che peraltro hanno costellato la mia vita. Ripreso perché  la poesia era dentro di me fin da bambina e l’ho sempre messa su carta. A un tratto mi sono “svegliata” e mi sono resa conto che di cose da dire ne avevo, ho cominciato a confrontarmi con i lettori, col pubblico, per uscire dal mio guscio,  e l’accoglienza benevola è stata terapeutica. Così ho pubblicato con una casa editrice lombarda, che mi ha consentito di pagarmi le copie attraverso la collaborazione: di meglio non potevo chiedere. Il resto è andato bene: la mia prima silloge è arrivata terza a un concorso nazionale, ho cominciato a organizzare presentazioni, poi a collaborare con altre case editrici e a pubblicare le mie opere successive, sempre con qualche bella gratificazione in termini di ricezione da parte dei lettori, sia per quanto riguarda i premi.

 

Se tu fossi un editore cosa manterresti e cosa cambieresti dell’editoria poetica italiana? Cosa si aspettano i poeti dagli editori?

Oggi i poeti spesso si aspettano troppo dagli editori, sono poco collaborativi. Secondo me dovrebbero mettersi più in gioco in prima persona; per esperienza so che la poesia parlata ha un impatto diverso che la poesia letta su un monitor. Mi rendo conto che questo “mestiere” è ancora investito di quell’allure romantica e un po’ maudit che aveva  un tempo, ma oggi viviamo in una società troppo diversa.
Collaborazione è la parola magica per me. Sempre, in ogni campo.
Se potessi cambiare qualcosa, eliminerei gli editori a pagamento, ma anche e soprattutto quelli che non selezionano, che pubblicano tutto e tutti inflazionando il mercato. Svuoterei più di qualche scaffale delle librerie da robaccia commerciale e la sostituirei con libri di poesia di autori contemporanei bravi, i quali purtroppo vengono ancora poco considerati. Non credo alle logiche mercantilistiche per cui si dice che, poiché non c’è domanda, sia inutile l’offerta. Ribalto la questione: se non c’è offerta, come fa ad esserci richiesta?. Cominciamo a  esporre la poesia, a riempire le libreria di poesia, pubblicare poesia, fare eventi di poesia. E la gente si accorgerà che è viva e vitale.

 

La poesia di domani troverà sempre maggiore respiro nel web o starà in fondo all’ultimo scaffale delle grandi librerie dei centri commerciali? Qual è il maggior vantaggio di internet? E il peggior rischio?

Per quel che vedo io, in provincia di Milano, nei centri commerciali la poesia non si trova nemmeno sull’ultimo scaffale, spesso resta in magazzino, a parte i quattro o cinque soliti noti. Sul web, temo, prima o poi imploderà, perché c’è troppa confusione tra P-oesie e  P-ensierini, scritti certo con il cuore ma che non hanno nulla a che fare con la Prima che ho detto. Ad aggravare la situazione mancano educazione e coscienza critica.
Il maggior vantaggio di internet è la visibilità. E i web magazine come il vostro che danno spazio ad autori di un certo livello.
Il rischio peggiore è la confusione, fare di tutta l’erba un fascio, falciando il grano insieme alla gramigna.

 

Pensi che attorno alla poesia – e all’arte in genere – si possa costruire una comunità critica, una rete sempre più competente e attenta, in grado di giudicare di volta in volta il valore di un prodotto culturale? Quale dovrebbe essere il ruolo della critica e dei critici rispetto alla poesia ed alla comunità alla quale essa si rivolge?

Sì, io sono un’idealista e penso si possa fare, ma è un’operazione difficile. Molti guardano solo al proprio orticello personale  e questo non è un bene: la poesia deve unire, non dividere. Bisogna essere grandi lettori e imparare umilmente dagli altri.
Il ruolo della critica dovrebbe essere educativo e costruttivo, non soltanto esaltazione dei migliori [che poi bisognerebbe stabilire – o almeno rendere noti – i parametri sui quali si basa questa “classifica”], ma stimolo a crescere, a far comprendere a tutti di cosa si sta parlando.

 

Il canone è un limite di cui bisognerebbe fare a meno o uno strumento indispensabile? Pensi che nell’attraversamento della tradizione debba prevalere il rispetto delle regole o il loro provocatorio scardinamento?

La conoscenza delle regole è basilare, ma le regole sono fatte per essere trasgredite. Quindi mi sta benissimo anche la poesia sperimentale, purché si avverta il substrato culturale e tecnico [con l’accezione del greco techne – arte] su cui si fonda e si evolve. La poesia è provocazione e movimento, non può restare ferma, deve camminare con i tempi.

 

In un paese come il nostro che ruolo dovrebbe avere un Ministro della Cultura? Quali sono, a tuo avviso, i modi che andrebbero adottati per promuovere la buona Letteratura e, in particolare, la buona poesia?

Un buon ministro della cultura dovrebbe agevolare al massimo i piccoli editori coraggiosi, invece di sostenere sempre  i soliti transatlantici, che hanno già le risorse e che spesso pubblicano cose pietose. Dovrebbe rendere accessibili a tutti i meritevoli i grandi premi nazionali della tradizione narrativa italiana e istituire più premi di poesia. Dovrebbe sostenere le associazioni culturali, che fanno fatica a sopravvivere, e portare tanta poesia nelle scuole, in televisione, sui giornali. Dovrebbe considerare l’assessorato alla cultura di ogni comune importantissimo e dare un maggior contributo alla diffusione dell’arte in genere sul territorio.

 

Quali sono i fattori che più influiscono – positivamente e negativamente – sull’educazione poetica di una nazione? Dove credi che vi sia più bisogno di agire per una maggiore e migliore diffusione della cultura poetica? Chi dovrebbe farlo e come?

La scuola, ma ci vogliono specialisti perché gli insegnanti non possono essere preparati su tutto e spesso hanno ancora un metodo obsoleto che serve più a far odiare la poesia che ad amarla; i comuni, favorendo la realizzazione di eventi poetici, e i mass media!
televisione, giornali, radio…  Ecco! un ritorno delle persone all’ascolto della radio e della radio alla lettura sarebbe grandioso e molto efficace, secondo me. Il popolo della TV è più passivo e omologato, quello della radio meno.

 

Il poeta è un cittadino o un apolide? Quali responsabilità ha verso il suo pubblico? Quali comportamenti potrebbero essere importanti?

1)Nel mio caso un apolide, ma ciò è dovuto anche a una questione genetica, essendo io un sangue misto che nella poesia ha sempre cercato l’unica “casa” possibile. Il poeta, probabilmente, è entrambe  le cose: parla di ciò che conosce o intuisce, s’immedesima, denuncia,  immagina. Oppure studia per conoscere, viaggia ed elabora ciò che coglie nell’aria. E’ qui e altrove.
2) Responsabilità: l’onestà intellettuale
3) Li ho descritti sopra

 

Credi più nel valore dell’ispirazione o nella disciplina? Come aspetti che si accenda una scintilla e come la tieni accesa?

Credo che ognuno abbia un proprio metodo. Personalmente, essendo un’istintiva, do maggior valore all’ispirazione, mi lascio prendere per mano e viaggio insieme a “lei”.
Lascio emergere ciò che si è sedimentato dentro a flusso libero. Poi sistemo i versi, imprimo loro una forma. Ma la materia su cui lavorare deve essere grezza. E l’ispirazione libera.

 

Scrivi per comunicare un’emozione o un’idea? La poesia ha un messaggio, qualcosa da chiedere o qualcosa da dire?

Scrivo perché ho qualcosa che punge dentro, sia per comunicare un’emozione, sia per esprimere un’idea. La poesia contiene sempre un messaggio, più o meno esplicito. Il poeta è anche un po’ filosofo in fondo, ha una sua visione della vita e la veicola attraverso la poesia.

 

Cosa pensano della poesia le persone che ami?

Bella, nobile Arte…  ma poi si orientano quasi esclusivamente sui classici. A parte mia madre che a settantacinque anni è onnivora e ancora curiosa del mondo.

 

Sei costretto a dividere il tempo che più volentieri dedicheresti alla poesia con un lavoro che con la poesia ha davvero poco a che fare? Trovi una contraddizione in chi ha la fortuna di scrivere per mestiere? Come vivi la tua condizione?

Per molto tempo l’ho fatto, ma era un lavoro creativo che mi gratificava. Poi, con gli anni, la scuola è diventata sempre più povera di contenuti e di motivazioni e carica di burocrazia e di frustrazione. Stavo veramente male. Così ho lasciato. Ma ho potuto farlo solo perché le mie condizioni di salute non mi permettevano più di lavorare. E adesso posso dedicarmi totalmente alla poesia e alla cultura in generale.

 

Cosa speri per il tuo futuro? E per quello della poesia? Cosa manca e cosa serve alla poesia ed ai poeti oggi?

Per quanto riguarda me, spero di  continuare così, impegnandomi a migliorare me stessa continuamente.
Cosa serve ai poeti: studio, iniziativa, testa dura, aggregazione. Cosa serve alla poesia: spazio dove potere vivere e far sentire la propria voce. Magari, se c’è l’eco, ancora meglio.